Normalmente è difficile trovare il luogo e il tempo necessario per abbandonarsi alle emozioni nude e pure, spogliate da qualsiasi ingerenza esterna per evitare che le proprie sensazioni non siano influenzate dal lavoro o dalla ricerca del benessere, da quegli elementi che dichiarano pubblicamente il proprio grado di appartenenza e ci fanno stare bene in società. Le belle e brutte abitudini che automaticamente si compiono ogni giorno non ci aiutano a trovare quel famoso interruttore che serve per fermare questa routine , per consentire di scendere un attimo da questo treno in corsa, per tirare il fiato. Purtroppo non esiste l’interruttore magico, ma esistono luoghi e momenti che possono restituire la stessa sensazione, ovvero quella di osservare un mondo immobile da sempre, senza l’oppressione del trascorrere del tempo e senza particolari accessori.
Proprio in quei luoghi è possibile fermarsi a guardare un orizzonte infinito dove solo le ombre definiscono ondulati contorni, dove il nulla si materializza e dove si può respirare molto profondamente e trovarsi a fare i conti con quelle sensazioni perdute, senza alcuna riserva e senza alcuna vergogna. Un confronto tra le necessità di tutti i giorni e la sufficienza di essere qui per sentirsi abbracciati dal mondo intero senza dimostrare niente a nessuno.
La sensazione del deserto non è solitudine, ma la piena consapevolezza di essere essenziali nel credere nella propria forza spogliata dagli schemi , dagli status simbol, dai modi di dire. Qui non è il tempo che ci corre dietro, ma siamo noi a tenerlo per mano per accompagnarlo dalla mattina alla sera, nei silenzi delle notti stellate per godere ogni suo minuto, per apprezzare quello che ci regala in ogni istante. Questo deserto è un quadro incantevole dipinto spontaneamente da una natura agguerrita che ricorda una madre impavida che nasconde un suo segreto. Una madre affascinante e gelosa, pronta a tendere tranelli a chi cerca di violare le sue regole. Una madre che mostra le sue forme attraenti , che ti invita a percorrerle e accarezzarle lasciandoti sempre la sensazione di eterna conquista.
Probabilmente il senso dell’infinito è offerto da questa immagine di madre senza età, che vuole mantenere la propria verginità il più a lungo possibile, per conservare i propri segreti in completa autonomia e libertà. Forse questa sensazione ci viene trasmessa dai significati a noi sconosciuti…”senza età”….”autonomia e libertà”. Parole che mancano nel nostro DNA, ma che ci sembrano così vicine quando un elemento che vediamo e tocchiamo ci trasmette proprio questa appartenenza , questa sua ancestrale origine.
Ecco quindi che il motivo di un viaggio non è soltanto lo sfogo di una passione, la curiosità del turista, la voglia di avventura, ma diventa anche un momento per dedicare più attenzione a quelle sensazioni che invece, tutti i giorni, ci passano vicino con indifferenza o addirittura ci attraversano dentro lasciando una piccola traccia senza avere il tempo per verificare da dove viene e dove ci porta.
Qui si ha l’impressione che piccoli gesti , piccole attenzioni, parole banali o piccoli problemi possano assumere più importanza e più valore di quanto normalmente non abbiano. Al contrario tante cose ritenute fondamentali diventano ridicole in un contesto dove non è necessario confrontarsi con nessuno, dove la vita assume un significato legato ai beni essenziali. Queste sono le impressioni che soggettivamente si scatenano dentro ognuno di noi, chi più chi meno.
P.S. : chiedo scusa agli amici che hanno viaggiato con me se non ritrovano le proprie testimonianze o i propri volti ma d’altronde anch’io ho goduto del viaggio quindi ho voluto riportare il mio ricordo senza velleità di reporter professionista.
LA DESTINAZIONE
Diamo ora spazio alle curiosità di questo viaggio nel deserto Libico. I percorsi sono ormai collaudati dal team Airzoone, ma in Libia è d’obbligo essere accompagnati anche da un poliziotto in borghese e una guida locale che ci assicurano una maggiore protezione, sotto tutti gli aspetti.
Come ogni viaggio nel deserto, il contesto condiziona l’importanza delle cose anche quelle che normalmente affrontiamo con leggerezza. Un esempio banale: forare una gomma lungo una strada statale , sostituirla o poter chiamare il soccorso ACI non ci creano alcun disturbo ( a parte qualche imprecazione!) . Trovarsi la gomma bucata in una culla tra le dune senza telefono e senza poterla sostituire probabilmente crea qualche momento di panico (soprattutto quando non si segue il tracciato predefinito e si rimane soli). Ecco quindi che l’avventura assume il sapore vero ma anche violento nei confronti del proprio stato d’animo con inevitabili conseguenze sul resto del gruppo.
Fatta questa premessa sulla quale meditare si parte per la Libia del Sud, ai confini con Niger e Algeria. Questo percorso non presenta pericoli salienti anche se , volendo, ognuno potrebbe anche andarseli a cercare ( gli spazi e le difficoltà non mancano !) . A differenza di Tunisia e Marocco questo tragitto non prevede il passaggio tra villaggi e quindi non ci saranno contatti con etnie locali.
Natura e archeologia sono i temi che segneranno il viaggio naturalmente insieme ad una buona compagnia di allegroni.
Arrivati all’aeroporto di Tripoli, i controlli doganali sono un misto tra rigore e formalità. Sembra un contro senso, ma a tutti gli effetti è così. Rigore perché ci sono diversi controlli dei documenti e del bagaglio a mano. Formalità perché oltre la metà dei doganieri gironzola a vuoto e pochi fanno i controlli. Si ha l’impressione di vedere una certa parte del personale indaffarato a far passare le ore. Si formano così code di persone che attendono il timbro di ingresso grazie alla mano di pochi addetti.
Quando si pensa all’Africa è facile generalizzare e associare tutte le popolazioni agli stati più disperati e disagiati, forse perché la televisione ci propone soprattutto quelli, ma liberiamoci della storia e aggiorniamo il nostro sapere. In Libia non troviamo certamente un benessere diffuso paragonabile al nostro paese perché le esigenze sono differenti. Per fare qualche esempio eclatante non è necessario dotare i figli di cellulare, avere almeno due auto per ogni famiglia, mangiare in pizzeria, andare agli happy hours e via dicendo. Il lavoro non manca , le persone sono ben vestite e dignitose, i figli studiano a scuola , ci sono cinema e parchi giochi, le città sono animate da un vivace commercio. Ci sono anche i benestanti ma si ha l’impressione che lo standard di vita più diffuso sia medio-basso per tutti. Non si vedono persone che chiedono elemosina (forse ce ne sono più nelle nostre città). Gheddafi riesce a gestire bene la sua dittatura regalando qualche sovvenzione, un minimo garantito ai disoccupati, facendo qualche opera pubblica e contemporaneamente tenendo sotto tiro l’intero paese infatti non ci sono etnie ribelli e tutti, pare, si accontentino di questo sistema.
Parlando di supporto al turismo, quello che egoisticamente interessa a noi, l’Africa del Nord è ormai vicina ai nostri standard. Aeroplani, taxi, alberghi, ristoranti sono puliti e perfettamente gestiti. Le città assomigliano molto ad alcune nostre cittadine del meridione, con le case squadrate e le armature delle colonne portanti che fuoriescono dal tetto piatto. Panni stesi e antenne paraboliche. Le strade principali sono mantenute abbastanza bene ma quelle periferiche richiedono abilità nella guida.
Una caratteristica differente riguarda i negozi che sembrano degli empori dove si trova un po’ di tutto, inoltre ci sono tanti capannelli di uomini che parlano, ridono o giocano. Danno l’impressione di un popolo solidale, che socializza volentieri.
Qui , come noto, non si possono bere alcolici. Neanche la birra. Gli uomini rimangono i padroni di tutti i luoghi, le donne invece sono spesso in gruppo e di sera non escono di casa.
Ci sono donne a viso scoperto e con vestiti moderni vicino a donne a viso coperto che indossano abiti più tradizionali. In tutti i casi si rimane colpiti dai loro occhi neri , allungati dal trucco ben marcato, con ciglia lunghe e nere. Capita spesso di vedere anche belle donne con vestiti colorati e caratteri somatici delicati. Probabilmente sono incroci multirazziali. In effetti si notano varie gradazioni di colori della pelle. Da quello più scuro a quello olivastro. Qui c’è un’ondata migratoria di Egiziani perché la popolazione libica non è numerosa e quindi la ricerca di manodopera spinge gli stranieri ad entrare in terra libica
( tutto il mondo è paese ! ).
In compenso una buona parte transitano dalla Libia per arrivare a Lampedusa!
Ci sono uomini che osservano la sosta per la preghiera ( in qualsiasi luogo si trovano) e altri che invece continuano le operose attività. Sicuramente questa società ha molti divieti da rispettare, ma nell’ambito di questi lascia libera iniziativa e libertà di azione. Si respira l’aria di un popolo soddisfatto della propria condizione o perlomeno non si rilevano evidenti stati di disagio. Giusto per fare un confronto ; nella Tunisia del Sud o sull’Atlante in Marocco invece ci sono situazioni di estrema povertà.
Lo scopo del nostro viaggio, oltre alle curiosità politiche e sociali, è quello di scoprire due regioni fantastiche che sono Murzuq e Akakus.
Il primo per le caratteristiche cime di sabbia che sorgono tra le distese pianeggianti formando catene montuose e il secondo per i suoi dipinti rupestri e le sue formazioni rocciose che ricordano vagamente la Monument Valley dell’Arizona.
ITINERARIO

E’ noto come si arriva a Tripoli, ma ricordo qualche curiosità scoperta alla partenza del volo interno Tripoli-Sebha : i biglietti non sono nominali pertanto c’è bagarinaggio con la possibilità di over booking ovvero di rimanere appiedati (quindi è utile un accompagnatore locale che conosce come muoversi in questo piccolo spazio di totale anarchia).
Prima dell’imbarco i passeggeri partecipano alla verifica del proprio bagaglio ai piedi del velivolo e si utilizza tranquillamente il cellulare anche in fase di decollo!
Arrivati a Sebha, un taxi ci aspetta per accompagnarci al camping TkerKiba a circa 250 km Sud-Ovest dove ci aspettano le nostre moto imbarcate qualche settimana prima e trasportate con i mezzi dell’organizzazione.
Qui ci attende il team Airzoone con Pascal , Loris e Gioacchino con le birre in mano per il brindisi del benvenuto e Hussein la guida locale ( ormai diventato parte del team libico per la sua costante e affidabile collaborazione ).
Il campeggio è adagiato ai margini delle prime dune che portano ai laghi Mandara e Gabron. Da qui partono anche le gite con i fuori strada di organizzazioni locali.
Oggi il campeggio dispone anche di bungalow. Non bisogna aspettarsi di trovare un campeggio all’italiana ( che ormai sono paragonabili a villaggi turistici!). Il posto è pulito, tenuto in ordine, con i servizi un po’ scadenti ma c’è l’acqua calda ! Questo è da ritenersi confortevole e lo dico con soddisfazione perché spero di non trovare mai un albergo a 4 stelle in un luogo come questo. Sarebbe proprio fuori luogo anche se ricordo che questo campeggio, 15 anni fa, era molto più spartano e quindi ha già subito una prima trasformazione.
In questo contesto è un campeggio di lusso , ci sono persino i bungalow con i soffitti telati che nascondono il tetto di paglia, con le brande alla vecchia maniera, ovvero con reti posticce e materasso di paglione , ma abbiamo dormito alla grande ! Al mattino , sistemati i bagagli sui mezzi pesanti, colazione con breafing per ascoltare le spiegazioni di Pascal sul percorso dei primi due giorni soprattutto per i neofiti e per i piloti dei 4 ruote che dovranno affrontare le prime dune.
La comitiva è così composta: 5 moto, 1 quad, 8 jeep, 3 camion per un totale di 28 partecipanti tra cui due donne coraggiose a bordo dei mezzi. Ci tengo a precisare che il coraggio non è stato quello di affrontare il percorso bensì quello di affrontare le cazzate sparate ogni giorno da 26 ometti !!

Già sulla prima duna abbiamo trascorso una buona mezz’ora prima che transitassero tutti quanti….ma la vista da sotto può creare qualche timore soprattutto per chi la vede seduto in auto e allora gas…gas…gas !!
Una curiosità sulla consistenza della sabbia: al mattino grazie alla poca umidità e al freddo notturno è più compatta mentre invece durante il giorno, scaldandosi al sole, diventa più soffice.
Il percorso è pianeggiante, ogni tanto qualche dosso di sabbia , ma la cosa più divertente è quella di galleggiare tra i serpentoni lasciati dal passaggio delle gomme dei fuoristrada. In alcuni tratti non si può fare a meno di evitarli e quindi bisogna entrarci dentro e dare gas per evitare di essere balzati tra i nodi di sabbia che si formano quando le tracce si incrociano. Il motore della moto , in queste circostanze, sembra non abbia i cavalli sufficienti per sfondare quei grappoli di sabbia, ma lasciando il motore in coppia si riesce a godere dell’avanzata imperiosa e penetrante.
Per chi vuole iniziare qualche arrampicata, qui si possono assaggiare le altezze delle dune libiche dalle quali osservare la carovana che procede nella vallata

Un’altra curiosità : il suono nel deserto si propaga come la corrente in un filo elettrico. E’ senza ostacoli e l’aria così asciutta e tersa sembra aiutare il suono a raggiungere l’infinito. Anche il silenzio ovviamente ha il suo ruolo propagatore.
A volte capita di sentire il rombo di un motore in lontananza ma non si vede nulla non si capisce da dove proviene. Soltanto dopo qualche minuto si può notare un puntino all’orizzonte che si avvicina lentamente.
Questa curiosità non dimenticatela perché vale anche per i propri “scarichi” !!!
Il tracciato è ben marcato dal via vai dei 4ruote pertanto chi è già stato qui può allontanarsi dal gruppo seguire la pista e correre a piacimento per arrivare alla piccola oasi del Mandara e successivamente alla meta, il lago Gabron.

Qui si trova il villaggio dei pastori e dei carovanieri del deserto che ormai sono rari partecipanti dei percorsi turistici sostituiti invece dai venditori che hanno allestito le capanne per esporre oggetti artigianali ( collane, bracciali, monili di vario tipo, coltelli, lavorati in pelle di dromedario e legno , ecc.ecc.).

Ogni attrazione è valida per cercare di ricavare qualche dinaro anche improvvisando un balletto folk con tanto di parole in italiano
Pranziamo grazie all’abilità di Gigio nel tagliare velocemente il salame e nel lanciare sul tavolo le fette accompagnate da formaggio.
La temperatura è piacevole, ma non si disdegna l’ombra. In questa stagione il sole è ancora caldo e durante il giorno si raggiungono i 25 C° ma appena tramonta si scende a 15 C° e prima dell’alba si può arrivare a 5 C°.
Per chi vuole scivolare sulle dune con gli attrezzi invernali può noleggiare sci o snowboard e scarponi. La sensazione è proprio quella di sciare su una neve ruvida, ma noi siamo qui per arrampicarci con i mezzi e quando si arriva in cima alla duna che sovrasta il lago la vista è veramente mozzafiato.

Perché non fare un bel carosello tra queste piacevoli gobbe ?
Le dune sembrano a portata di mano , una vicina all’altra. Sono ingannevoli !!

Qui non si hanno riferimenti fissi e , a parte qualche cespuglio sotto il naso, quello che può sembrare a qualche centinaio di metri invece può essere parecchio distante.
Questa è una regola che non bisogna mai dimenticare perché quando ci si vuole allontanare dal gruppo per curiosare in “zona” non bisogna allargarsi troppo, è facile perdere l’orientamento e allontanarsi è un attimo.
Qualcuno è caduto e diligentemente è rimasto sul posto ad attendere soccorso. Ma se il posto è un avvallamento, per farsi notare è necessario salire su un dosso o su una duna immediatamente vicina. Sono tutte piccole regole che diventano importanti nel momento di fabbisogno e soprattutto quando ci si sente abbandonati al proprio destino.
Mai snobbare il pericolo di perdersi o di rimanere soli per ore. Provare per credere ! In queste circostanze e in questo ambiente non c’è nulla da ridere. Mi ricordo che la prima volta che sono venuto in Libia ( 15 anni fa ) l’oasi del Gabron non aveva venditori, c’erano le capanne dei berberi che potevano essere utilizzate anche dai pochi turisti , per dormire la notte. Questo per far capire che non c’era il transito di viaggiatori che c’è oggi, anzi era piuttosto raro incrociare qualcuno, ciò significava che il tracciato sul percorso praticamente non c’era.
Non avevo GPS sulla moto ma a vista sembrava tutto facile e accessibile quindi mi allontanai un centinaio di metri per scavalcare un paio di dune invitanti contando poi che dietro l’ultima potevo tagliare il percorso e riprendere il gruppo che nel frattempo stava disegnando un cerchio. Sono caduto dopo la prima duna perché la moto è affondata nella culla tra due dune ravvicinate, dove la sabbia sembrava melma. Sono salito sulla duna per farmi notare ma il gruppo era scomparso dietro altre dune. Era quasi mezzogiorno e gli oltre 30 gradi bussavano sui vestiti e sul casco. Sudavo come un porco ma dovevo schiodare le ruote dalla morsa della sabbia. Avevo la Yamaha 660 e non era affatto leggera! Ho scavato sotto la ruota posteriore per collocare la giacca e poi ho sollevato l’anteriore per appoggiarla sopra la fascia elastica. Una manovra che dovevo ripetere ad ogni metro nel frattempo continuavo a bere e nonostante il sudore non ho tolto il casco per evitare i raggi diretti del sole. Naturalmente è terminata l’acqua e non ero ancora uscito dalla buca. Momenti di panico. Con le ultime faticose manovre sono riuscito a riportare la moto sopra la duna più bassa per poter ripartire favorito dalla discesa. Nel frattempo qualcuno è venuto a cercarmi ma sebbene era sulla mia traiettoria non mi ha visto ma è servito avere il suo punto di riferimento per riprendere la direzione giusta.
Beh…. da quel momento sono rimasto sempre a vista della carovana e quando c’era nuovamente l’occasione di fare un “fuoripista” mi sono preoccupato di trovare un compagno o di avvisare qualcun’altro.
Così è subentrata una dose di saggezza che prima non avevo e che tutt’oggi condiziona le scelte di ogni azione fatta in quelle circostanze quando, nonostante possa essere considerata fattibile, bisogna ponderarla con un calcolo dei rischi più prudente.
Tornando al nostro attuale viaggio, dopo il lago Gabron si percorre a ritroso la pista, ma cala il sole e decidiamo di fare il primo campo. Qualcuno ne approfitta per una piccola riparazione alla leva del cambio e qui l’organizzazione fa la differenza !!
C’è persino la saldatrice manovrata da Loris che risolve velocemente il problema.
IL resto del team si adopera per la cena mentre ognuno si predispone per la notte.
Le ombre si allungano nonostante siano le 16.30 quindi bisogna alzare la tenda e controllare la moto.
Naturalmente è buona norma mantenersi puliti anche se il clima secco non favorisce il puzzo della sudorazione e la sabbia può considerarsi un elemento pulito. Ci puoi camminare sopra a piedi nudi tutto il giorno e alla fine non si manifesta alcun odore sgradevole o sporcizia evidente. D’altronde capita di incrociare i nomadi che camminano a piedi nudi tutti i giorni senza percepire alcuna esalazione maleodorante.
Oltre alla sabbia ci sono comunque i gas di scarico dei mezzi e polveri varie quindi una pulita ci mantiene svegli ed educati nei confronti degli altri. Come lavarsi nel deserto ? Basta applicare semplici e fondamentali regole che tutto sommato possono essere applicate in ogni circostanza
Non mi stancherò mai di dire che tutti conosciamo la necessità di risparmiare le fonti energetiche, parliamo tutti di ecologia , di consumismo, ma diventiamo diligenti solo se costretti dalle circostanze. Infatti qui diventa estremamente utile differenziare la spazzatura perché carta e plastica possono essere bruciate salvo raccogliere i residui in un sacco insieme alle lattine e all’umido per poter scaricare il tutto nei bidoni dei centri abitati. Diventa utile risparmiare acqua e lavarsi i denti con un bicchiere in mano è sufficiente.
Se i vestiti non puzzano si indossano nuovamente senza per forza cambiare abbigliamento per sentirsi “più in ordine” . La corrente si accende solo quando non si vede una mazza. Quando si fa la cacca si utilizza poca carta, meglio lavarsi con un po’ di acqua perché poi evapora mentre invece la carta non è facilmente deteriorabile senza l’aiuto dell’acqua piovana. Insomma ci si accorge di modificare le proprie abitudini in modo più razionale e rispettoso senza per forza sentirsi afflitti o fuori posto.
A proposito di escrementi, vi racconterò più avanti un incontro con una dott.sa dell’istituto Sapienza di Roma che ci ha intervistato in proposito alle norme comportamentali da rispettare durante il tour.
Il giorno cala il suo oscuro sipario liberando in cielo manciate di stelle desiderose di stupirci per la loro numerosa partecipazione.
Alle 18.00 si accendono le luci e sui tavoli compare uno stuzzichevole aperitivo a base di focaccine al formaggio, sottaceti, carne secca e vino bianco degni di un happy hour in pieno deserto !
Tra un assaggio e l’altro i cuochi preparano una sostanziosa cena che consente di recuperare le forze della prima “impegnativa” giornata
Come annunciato,il fresco arriva con l’oscurità e allora indossiamo una calda felpa per gustare la cena senza brividi.


A fine pasto arriva la sorpresa di Gigio. Una bevanda calda stile vin broulè , il mitico Parampoli, che accompagnato dai successivi giri di grappa , rhum e sambuca, diventa un cocktail “allegrone” che favorisce battute, barzellette e racconti divertenti per tutta la compagnia.
Al mattino pronti via , un Land Rover prende la prima botta, fortunatamente lieve, ma il rischio di cappottare e lo spavento dei piloti ha spinto Pascal a fare la prima “romanzina” utile a tutti
Il rientro dai laghi è facile e divertente per tutti . Si possono seguire diverse piste e si incrociano altre comitive quindi evitiamo la sensazione di trovarci in tangenziale e sgusciamo per una pista meno frequentata.
I giorni successivi si alternano con piste scorrevoli in direzione del Morzuq con sabbia battuta e in alcuni tratti con brecciolino che forma una crosta superficiale friabile e sotto la sabbia molle
Ricordo che il deserto nasconde le sue insidie nonostante metta in mostra la propria verginità, ma bulloni e filo di ferro sono poco visibili e quindi capita di passarci sopra !
Se la sabbia lascia la sua anima inerme senza alcun segnale del trascorrere delle ere geologiche, alcuni residui minerali invece macchiano la superficie e scolpiscono date precise. Questa distesa di gesso che troviamo sul nostro percorso ci segnala un’epoca in cui i laghi e i sedimenti minerali prevalevano sulla desertificazione.

Il tratto per raggiungere il Morzuq è facile e si può viaggiare a velocità sostenuta soprattutto lungo la pista dei tralicci di alta tensione, uno sterratone lungo quasi 80 Km da percorrere senza sosta. Si arriva facilmente ad una azienda agricola, INCREDIBILE !!
Ebbene sì, dopo km di deserto si giunge a questa distesa verde, coltivata, con tanto di guardie che ,quando ci hanno visto, ci sono venute incontro per la foto di rito
Arriviamo nel Sahara del Murzuq, per l'esattezza nel Fezzan, l'estremo sud-ovest della Libia, un'enorme distesa di dune per 60 mila chilometri quadrati, grande poco più di due volte della Sicilia, al confine con l'Algeria e il Niger.
Per questa ragione nessuno in epoca storica ha mai avuto interesse a penetrarvi e le piste carovaniere che solcano il Sahara hanno sempre evitato di attraversare questo territorio preferendo compiere un lungo periplo per aggirarlo sui lati.
Gli appassionati di raid hanno cominciato a penetrarvi solo di recente senza rischiare di entrare troppo all’interno. Assieme ai temerari fuoristradisti c’è l’interesse anche dei geologi per ispezioni petrolifere. Noi speriamo non trovino nulla altrimenti il deserto rischia di essere poco entusiasmante perché attraversato da sterratoni percorsi anche dai mezzi pesanti ( come più a nord).
Giusto per dare un riferimento alle dimensioni di queste dune guardate questa foto dove si vedono due puntini: in alto Giuliano con il suo quad e a sinistra più in basso c’è Denis con la sua honda sempre “aperta”
.
Si prosegue tra il serpeggiare delle pianeggianti vallate che si inoltrano tra queste catene di dune che sembrano dei plastici appoggiati in modo equidistante su una tavola in modo la lasciare ampi passaggi tra uno e l’altro.
Bisogna salirci sopra per rendersi conto che i disegni non sono formati dal susseguirsi di dune bensì dal susseguirsi di queste catene insomma il deserto ci offre la visione di un altro quadro, diverso dagli altri.
Difficile immaginare quanto tempo sia trascorso per formare queste dune imponenti che superano di gran lunga il centinaio di metri. L’arrampicata di queste dune è da farsi tutta di un fiato senza esitazione sino all’arrivo del punto più alto per godere di una veduta impareggiabile sulle punte che sorgono dall’ampio serpeggiare del fondo valle. L’impressione è quella di trovarsi in un’altra era geologica di questo angolo del nostro pianeta dove manca l’animazione di un sauro qualsiasi per dare vita a questa immagine anacronistica. Solo il rumore delle moto che salgono chiudono immediatamente la porta che si era aperta su questo mondo virtuale che ci sfida ad oltrepassare ancora i suoi confini

Potrei allegare decine di foto scattate da queste vette, ma non ne trovo una degna di rendere veritiero quanto ho visto dal vivo. Forse , un fotografo professionista avrebbe da ricavarci una grande raccolta, ma io preferisco invitare l’immaginazione guardando una sola foto e invogliare chiunque a visitare di persona questa meraviglioso dipinto incontaminato.

P.S.:Qualcuno potrebbe ironizzare che dal momento in cui ci passiamo con mezzi motorizzati non è più incontaminato, ma io penso che dopo una spazzolata del vento questo manto vellutato nasconde le tracce del nostro passaggio come il fondotinta nasconde la stanchezza sul viso di una donna, anzi, qui i risultati sono senza dubbio migliori ( senza offesa per alcuna donna ma qui le tracce spariscono per sempre !!! ).
Magari chi legge il programma del viaggio rimane deluso dal fatto che nel deserto sono previsti 5 giorni e possono sembrare pochi, ma vi assicuro che se sfruttati bene c’è il tempo per divertirsi e stancarsi

Su e giù di continuo possono togliere la voglia a chiunque. Forse gli automobilisti hanno avuto un tragitto più facile, più pianeggiante e certamente affrontare queste dune così alte con le jeep è praticamente impossibile. Bisogna accontentarsi di qualche giro fatto ai piedi delle dune e qualche breve tratto di ondulee che ricorda la Tunisia. Infatti, tecnicamente parlando, il deserto Tunisino è più difficile da superare e le continue dune basse favoriscono esibizioni per tutti i mezzi. Ma il paesaggio è tutt’altra cosa. Qui è veramente impressionante !

Come dicevo , i laghi hanno lasciato i loro segni insieme all’erosione della roccia pertanto è facile trovare altri letti costellati dalle “freccette” ovvero pezzettini di roccia che per la composizione minerale si sono consumati formando la punta di una freccia. Qui , scesi dai mezzi, ci siamo dispersi in una vallata e come ricercatori geologi abbiamo preso i nostri piccoli souvenirs.
Nell’area dell’erg Uan Kasa, piccole dune si presentano sotto forma di depositi pre-olocenici, che indicano una fase umida pleistocenica. Queste dune sono costituite da depositi lacustri fortemente cementati e da dune fossili con paleosuoli con orizzonti profondi argillosi. In molti casi questi depositi sono associati a manufatti Acheuleani. Abbiamo trovata anche un pezzo di un’antica macina che ovviamente abbiamo lasciato sul posto.
Al solo pensiero che migliaia di anni fa, sul terreno che ora calpestiamo vivevano popoli indaffarati a combattere terribili animali e a coltivare cereali per sopravvivere sfruttando le pietre per costruire attrezzi di uso quotidiano, mi sembra che quel tempo non sia così lontano. Trovare questi residui sul posto è come trovarsi per un attimo dentro la storia o dentro un set cinematografico. Se solo alzi lo sguardo e ti guardi intorno capisci che oggi è impossibile sopravvivere in queste zone e anche utilizzando la moderna tecnologia non nascerebbe più un filo d’erba e non sarebbe più possibile coltivare cereali o allevare animali.
Tra sali e scendi si prosegue per uscire dal Murzuq ed entrare nell’Akakus pertanto si rende necessario il quotidiano ristoro di mezzogiorno.
La tecnica dei preparativi è sempre quella di restare al riparo dal vento onde evitare di rincorrere tovagliolini e bicchieri di plastica, ma il sole ha la temperatura giusta per fare anche una pennichella….
Altri ascoltano le spiegazioni di Pascal sul percorso e sulla regione che andremo a visitare
..e poi , chi l’avrebbe mai detto! Abbiamo il caffè espresso sputacchiato da una macchinetta la quale deve accontentare la coda che si è formata dai diligenti piloti che attendono il proprio turno.

La sera, oltre alla vivace preparazione del campo e della cena , entriamo nell’orbita tecnologica utile per mantenere saldi i punti cardinali anche quando si viaggia in coppia e quindi ci dedichiamo ad aggiornare i GPS
Grazie agli avvallamenti dove si deposita l’umidità è facile trovare sterpaglie secche e qualche volenteroso le carica sul tetto della propria jeep per utilizzarle la sera, per fare un bel fuoco che ci raccoglie in silenziosa contemplazione ( sarà la stanchezza e il tepore ma fa un piacere dell’anima ! )

Il percorso verso l’Akakus si snoda attraverso le piste della vernice del deserto, un fine strato arricchito di manganese, che ricopre la superficie delle arenarie esposte all’atmosfera: l’origine viene in genere attribuita all’attività microbica avvenuta nel passato con condizioni climatiche più umide.

E’ un percorso divertente perché alterna il deserto alla roccia e anche la pista è scorrevole ma più impegnativa perché i sassi sbucano dalla sabbia portata dal vento e quindi tra molle e duro c’è da divertirsi
Arriviamo così ai primi ritrovamenti di incisioni rupestri su roccia
Qui abbiamo accolto l’intervista da una certa dottoressa dell’università la Sapienza di Roma ( ma le università non erano senza fondi ? )
Comunque pareva fosse interessata al destino dei nostri rifiuti organici e intestinali ! Noi , rispettosi dell’ambiente, spieghiamo che facciamo raccolta differenziata ma gli escrementi vengono seppelliti sotto la sabbia e solo il tempo potrà dare a loro un destino compatibile alla naturale morte senza lasciare traccia. Ho invece notato tracce ben più visibili di latte di olio, pezzi di auto, gomme bucate presumibilmente lasciate dai tour organizzati localmente. Gli autoctoni , come si può notare anche dalle periferie dei paesi e delle città, non applicano raccolta differenziata e i rifiuti non biodegradabili spesso sono sparsi ovunque. Invece il destino delle nostre feci è stato sufficiente per compiacere la dottoressa che ha così svolto la sua missione ecologica!
Per raggiungere l’Akakus si percorrono circa 200 km al giorno e servono due giorni tra piste di brecciolino e piste di sabbia per raggiungere il pozzo che segna l’ingresso alla regione
Se avete visto il filmato vi svelo in segreto: uno dei giocatori utilizzava le pietre squadrate, l’altro utilizzava sterco di capra che essendo ovale consente di riconoscere la propria dama!
L’Akakus è posto all'estremità sud occidentale del Sahara libico. Ad est e ad ovest è contornato da erg sabbiosi e da montagne come l'Idinen vicino a Ghat. Qui si trovano le tracce di un passaggio umano avvenuto in epoche remote durante il periodo dell’Homo erectus (15.000-10.000 anni fa) . A quel tempo il Sahara e tutta l'Africa del nord erano un'immensa savana percorsa da fiumi e popolata da una ricca fauna selvaggia. Testimonianze che si raccolgono dai dipinti lasciati sulla roccia.
Il percorso diventa pianeggiante per tutti ed è frequentato anche da piccoli greggi di capre, asini e dromedari
Ci si addentra tra pinnacoli di roccia che sembrano sculture dalle varie forme strane che ricordano le dita delle mani che cercano di uscire dal terreno sommerso dalla sabbia….
…quindi si giunge ai vari siti archeologici per rimanere sbalorditi dalla presenza dei dipinti così ben conservati.
Il colore era ricavato da pigmenti naturali della terra come le ocre, che offrivano una discreta gamma di sfumature che andavano dal giallo, al rosso, al bruno.
Il tutto veniva fissato con collanti di origine organica tipo il grasso animale, il sangue, la caseina del latte che ancora oggi viene usata come fissante da chi dipinge a tempera. Il clima secco e asciutto, assieme ai ripari ben nascosti, hanno permesso a questi capolavori di giungere ai nostri giorni.
Le immagini rievocano momenti di vita quotidiana e chissà perché ci aspettavamo di vedere la donna trascinata per i capelli invece .…che delusione !! Le donne portano cesti in testa e lavorano come succede oggi. Gli uomini vanno a caccia e fanno i mestieri più duri come succede oggi. In fondo questi aspetti non sono cambiati molto !
Certamente è cambiata la natura e tanti animali che vivevano a quell’epoca oggi non ci sono più.
Di questi siti ve ne sono diversi tutti protetti da un barriera di foglie di palma intrecciate onde evitare l’azzardo di qualcuno voglioso di procurarsi reperti come souvenir.

 
Oltre ai segni umani troviamo curiosi segni naturali come questo arco di roccia oppure questa formazione a zampa di elefante.
Entrambe hanno un nome arabo ma non lo ricordo.
Dopo aver fatto una passeggiata tra siti e roccie iniziamo il percorso a ritroso pertanto Pascal mi fornisce di qualche indicazione per uscire dall’Akakus come un vigile urbano che conosce il posto come le sue tasche e descrive le svolte da fare dopo i vari incroci stradali !
Il susseguirsi di conformazioni rocciose che sbucano dal fondo sabbioso lascia la sensazione di un territorio antico e aspro che neanche le dune sono riuscite ad avvolgere per addolcirlo nei profili e nei contorni, un percorso paesaggistico bellissimo !

Bello guidarci dentro senza avere nessun riferimento, bello scoprire dietro ogni collinetta quali disegni sorprendono il percorso e allora l’uscita dall’Akakus diventa una sfida con il GPS .
Sembra facile orientarsi quando si ha un GPS ma in mezzo a tante tracce e incroci ravvicinati è facile accorgersi di essere sulla rotta sbagliata pertanto anche il cervello e il proprio senso dell’orientamento sono sempre utili alla faccia della tecnologia !!
Dopo oltre un’ora di tragitto arriviamo a quello che viene definito l’ingresso all’Akakus caratterizzato da una roccia falloide ma noi proseguiamo perché abbiamo ancora qualche punto GPS da fare pertanto chi ci ferma più ?
Arriviamo all’ultimo punto con una moto senza benzina mentre l’altra non parte perché ha la batteria a terra. Precisi !
La strada passa vicino ad un cartello giallo che segna l’ingresso alla zona archeologica infatti a pochi metri da noi c’è il primo sito con i dipinti, quale tappa iniziale per i turisti che partono dal campeggio di Tketkiba con i fuori strada delle organizzazioni locali.
Ci corichiamo sulle rocce e godiamo della piacevole temperatura e del sole, immaginando di dover aspettare una mezz’ora circa.
Ogni tanto arriva una jeep, scambiamo quattro parole in francese o inglese con i turisti che ovviamente si chiedono cosa facessimo lì, con le moto e soltanto in due. A tutti spieghiamo la stessa cosa e ci conforta il fatto che non siamo soli ma l’attesa è lunga, è passata un’ora e inizia a venire il dubbio di aver sbagliato strada.
Consultiamo GPS e spacchiamo il metro, ma qui non si vede nessuno e il sole tramonta. Pensiamo già di passare la notte sotto i dipinti rupestri , al riparo della barriera di foglie di palma che delimita l’accesso dei turisti al sito archeologico.
L’ultimo gruppo di turisti è accompagnato da una guida che conosce Pascal e ha il telefono satellitare. Proviamo a chiamare ma c’è qualche problema. La guida ci saluta e ci assicura che riproverà strada facendo.
Poi arrivano due braccianti agricoltori su un pick up. Si fermano , spieghiamo la situazione. Ci rassicurano che la strada è giusta per uscire dall’ Akakus ma che essendo tardi può essere che la nostra carovana si sia fermata per fare campo altrove e allora gentilmente ci lasciano un sacchetto con acqua pane e formaggio per la nostra cena
Finalmente dopo un’ora e mezza arriva tutto il gruppo , avanziamo giusto qualche centinaio di metri per trovare riparo sotto un costone roccioso per fare l’ultimo campo.
Difficile frenare la sensazione della malinconia sapendo che la notte successiva sarà trascorsa in un albergo di Tripoli per poi rientrare nel vortice quotidiano.
Questa sera ultimo giro di Parampoli, ultimo fuoco, ultime barzellette, ultima dormita sotto le stelle, ultimo….ultimo…..tutto è ultimo…..e allora in queste circostanze, per rendere questo momento meno triste, si ripercorre tutto il tragitto e si scambiano i punti di vista dei circa 1000 km percorsi e poi si programmano i prossimi viaggi. Che incontentabili !
Prima di coricarsi nel vuoto del deserto ultima occhiata al cielo stellato, coricato su una duna, al buio, per scovare luci e disegni di stelle mai viste altrove, per scoprire che le stelle cadono di continuo e non solo la notte di S. Silvestro.
Al mattino si riparte e dopo qualche ora di deserto spianato arriviamo al punto prestabilito di Al Awaynat e un po’ stanchi di aspettare sentiamo i miagolii della fame ed i comportamenti allucinogeni cominciano a cambiare i nostri volti…

Poi una volta ricongiunto il gruppo e fatta una sana e piacevole doccia, facciamo fuori le ultime scorte e ci salutiamo perché ci dividiamo in due gruppi. Uno che rientra e uno che rimane ancora una settimana. Qui c’è un negozietto di souvenir dove si possono acquistare manufatti locali e Nigeriani, coltelli, strumenti a collane, bracciali, vestiti, cappelli ecc.
Per il gruppo che rientra doccia, vestiti “borghesi” , partenza in pulmino attraversando un deserto che vive nelle cittadine che segnano l’unica strada che riporta a Sebha
Ci siamo fermati anche a comperare i buonissimi datteri, ma veramente buoni, senza laccatura , morbidi e dolci al naturale.

Non poteva mancare la cena a base di Kebap quello originale !!

Inevitabilmente tutto volge al termine e ,anche se l’ora è tarda, cerchiamo di apprezzare tutti i minuti che restano perchè non ritrovarsi improvvisamente con la faccia di quelli che hanno finito la vacanza.
Saluti Libia è stato bello, come è stato bello viaggiare con tutti voi….grazie Airzoone !

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